La formazione esperienziale è una filosofia e una metodologia. Dal punto di vista filosofico risponde al bisogno di fronte all'incertezza e all'impossibilità di prevedere gli effetti del cambiamento in atto, di calcolarne i rischi e le ricadute. Serve oggi una formazione che produca un apprendimento che nasca dall'esperienza, in grado di ri-costruire in tempi brevi un conoscere che sia ancorato al presente, alle differenze individuali e ai tempi/luoghi dell'applicazione delle competenze  in tempi quasi-reali.

Si parla di pratiche esperienziali dal punto di vista metodologico quando, in ambito formativo ed educativo, vengono privilegiate quei dispositivi che dall'esperienza conducono alla conoscenza e dalla pratica conducano alla teoria. E mai viceversa, come accade in una formazione tradizionale, definita, anche se impropriamente, “d'aula” dato che anche pratiche tipicamente d'aula, quali le simulazioni, i role-plaiyng, i business games ecc., possono essere definite metodologie di tipo esperienziale.

In pratica attraverso la valorizzazione dell'esperienza attiva e il fatto stesso di mettersi in situazioni in cui “provarsi”, si giunge ad un apprendimento in cui anche aspetti di tipo emotivo e relazionale diventano fecondi, poiché accolti e rielaborati dentro all'esperienza che diviene così occasione generativa.



La formazione esperienziale può dirsi efficace se risulta in grado di dar conto del processo, sia cognitivo che emotivo, che sottende ciò che viene agito e il modo in cui viene rappresentato, narrato, a noi stessi e agli altri.

In caso contrario, ossia quando si limiti ad un diverso modo di fare qualcosa (ossia senza nessun interesse nei confronti del modo in cui lo si fa) si può parlare di esperienza, magari anche piacevole, ma non di apprendimento.



Intanto non è identificabile con le attività “classiche” che la caratterizzano, quali l'outdoor, l'adventure, il teatro d'impresa, il cinema, la vela....L'elenco sarebbe in effetti talmente lungo e variegato (potremmo continuare con il paracadutismo, la cucina, la pesca, una passeggiata – tanto che che si farebbe prima a chiamare vita) ma è definibile, sempre con grande cautela, in quanto processo formativo caratterizzato da tre fasi: briefing   introduttivo, azione e de-briefing dell'esperienza agita. Il percorso è orientato ad una comune costruzione di “logiche narrative” che in qualche modo permettano di riscrivere o rivivere, attraverso uno sguardo libero, decentralizzato, l'esperienza di ognuno sia dal punto di vista del soggetto che della grande organizzazione, che può in tal modo, ad esempio, “rivedere” velocemente le strategie di business e aspetti organizzativi per un efficace cambiamento organizzativo.

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